sabato 14 dicembre 2013

DON PASQUALE, GAETANO DONIZETTI - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, venerdì 13 dicembre 2013

Inaugurazione della stagione d’opera 2013/2014 al Teatro Filarmonico di Verona con un titolo molto popolare ed amato, il Don Pasquale di Gaetano Donizetti, che con il Natale oramai velocemente alle porte, si inserisce piacevolmente nell’atmosfera gioiosa e giocosa che investe la città di Verona in questo periodo di festività.
Sicuramente sull’allegria ha voluto giocare Antonio Albanese chiamato a curare la parte registica della produzione, coadiuvato dalle scene di Leila Fteita ed i costumi di Elisabetta Gabbioneta. Quello che si nota in generale è certamente la volontà di fornire allo spettacolo freschezza e modernità, aggiungendo qualche particolare spunto che vuole essere innovativo, ma che purtroppo non sempre si rivela utile alla rappresentazione.  Trovandosi in terra veneta il dramma buffo in questione è ambientato nei vigneti della provincia veronese e dunque il vecchio Don Pasquale è il proprietario di una azienda agricola che ha fatto fortuna producendo i suoi vini.

In apertura, nel primo atto, ci troviamo di fronte ad una immensa scaffalatura a parete ove sono stipate centinaia di bottiglie vuote innanzi alla quale il vecchio celibe ed il suo amico, il dottor Malatesta, discutono della fanciulla destinata a diventare la sua signora. Oltre ai consueti domestici è stato introdotto il personaggio muto della fedele governante, che si rivela essere la sorpresa del finale. Successivamente la scena in casa di Norina è stata spostata proprio tra le vigne ove sta lavorando la ragazza insieme ad altri braccianti, i quali si producono in improbabili movimenti ad imitazione dei gesti della fanciulla, quando essa accetta il piano di gabbare il padrone di casa ordito dal furbo dottore. 
Tale piano astuto viene stipulato davanti a delle file di alberi di vite riprodotti sul palco e perfettamente allineati uno dietro l’altro. 
Nel secondo atto siamo finalmente a casa di Don Pasquale, dove, come frequentemente in uso attualmente, operai in azione si apprestano a completare l’arredamento della sala in cui avviene l’incontro tra i due promessi sposi. Il notaio dal ciuffo ribelle, occhialini e completo a quadri è perfettamente in tono con gli altri uomini in scena, abbigliati in simil fattura. Si torna tra gli alberi nel terzo atto, che per ricordare il giardino del protagonista, sono stati ricoperti di fiori di vario tipo. 
Il povero Ernesto, per non essere scorto dal vecchio geloso, qui indossa un mantello ornato di fiori cuciti ad esso per mimetizzarsi all’arrivo dell’uomo. Infine, dopo il disvelamento del matrimonio burla ed il perdono, con conseguente fidanzamento dei due giovani, la fedele governante si dirige verso il suo ‘vecchietto’ abbracciandolo e lasciando intendere che, secondo il regista, sarà lei la prescelta di Don Pasquale, forse più adatta alla sua età ed alle sue forze.

Possiamo  dire in conclusione che non manca di brio e leggerezza tutto lo spettacolo e che l’idea di base sembra buona. Forse però alla fine della rappresentazione la sensazione che resta è quella per cui ci si sarebbe aspettati quel quid che la caratterizzasse e che poi non è più arrivato.

Sul fronte canoro una compagnia affiatata, che si è impegnata soprattutto sul fronte recitativo.

La furba Norina/Sofronia è il soprano Irina Lungu, che sviluppa molto bene il personaggio con la giusta vena comica che pervade in tutto lo spettacolo. Le sue mossette ed espressioni facciali sono avvalorate da una emissione canora sicura, facilità nel fraseggio e buon volume.

Il gabbato Don Pasquale, Simone Alaimo, ha curato soprattutto il fronte attoriale della sua prestazione, dando al suo personaggio una verve spiritosa e forza d’animo, come si confà ad un uomo orgoglioso che pur se preso in giro, trova il modo di uscirne comunque vincitore in qualche modo.

L’Ernesto di Francesco Demuro non è stato all’altezza delle aspettative. Il tenore ha una voce molto bella: pastosa e melodiosa. Ma tende a forzare sull’acuto ove non occorre, sicché il suono non risulta morbido e pecca di alcune stimbrature.

Bene il Malatesta di Mario Cassi, che unitamente ad una spiccata propensione  attoriale, ha un bel colore di voce corposo, che tende però talvolta a colpire sugli attacchi. Dignitoso il notaio Antonio Feltracco, simpatico e spigliato.

Il coro della fondazione Arena ha un bell’impasto vocale, ma vi sono stati diversi problemini di tempo, soprattutto durante la non originalissima incursione in platea nel terzo atto.

Con brio e molta partecipazione Omer Meir Wellber è alla testa dell’orchestra dell’Arena di Verona, che trova bei colori e sicuramente forza espressiva, peccando leggermente nei volumi che tendono a sovrastare i cantanti impegnati in scena. Inoltre, superando certi sfasamenti verificatisi tra buca e palco, l’esecuzione risulterebbe maggiormente degna delle doti di questo giovane artista talentuoso.

Il pubblico presente ha mostrato di gradire molto lo spettacolo, omaggiando con ovazioni tutti i protagonisti ed il Maestro Wellber.

MTG


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
     Omer Meir Wellber
Regia
     Antonio Albanese
Scene
     Leila Fteita
Costumi
     Elisabetta Gabbioneta
Maestro del coro                      Armando Tasso
Direttore
Allestim.scenici                         Giuseppe
                                                   De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI
Don Pasquale
Simone Alaimo
Malatesta
Mario Cassi
Norina
Irina Lungu
Ernesto
Francesco Demuro
Un notaro
Antonio Feltracco

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA


NUOVA PRODUZIONE FONDAZIONE ARENA DI VERONA