Quando
ci si pone a dover mettere in scena un capolavoro come il Macbeth di Giuseppe
Verdi che unisce in sé la drammaticità dei contenuti shakespeariani e la
potenza della musica per esso composta, unitamente ai molteplici spunti
politici e morali che da questo emergono, potrebbe essere facile cercare chiavi
di lettura complicate, allestimenti pesanti o magari totalmente avulsi dai
contenuti esposti. Robert Wilson risolve la questione
nel suo stile concependo uno spettacolo atemporale e in un certo senso asettico,
capace comunque di attrarre l’occhio di chi osserva che resta quasi ipnotizzato
da tutti gli elementi che continuamente appaiono, domandandosi in certi casi
persino come siano venuti in mente al regista.
Non
possiamo parlare di ambientazione poiché tutto si svolge in una semioscurità che
ci riporta un po’ al teatro delle ombre
cinesi. Pertanto osserviamo le sagome
dei personaggi in penombra senza godere dei dettagli dei pur mirabili costumi
di Jacques Reynaud e tutto ciò che circonda e riguarda Macbeth e
la sua Lady è abbozzato, immaginato, trasognato. Gli interpreti stessi si
muovono attraverso una serie di installazioni visive che accennano ai contenuti
del testo sempre in maniera alquanto astratta. Non vi è contatto fisico tra di
essi, sempre rivolti al pubblico e costretti in posture rigide degli arti, quasi
fossero marionette viventi, i cui volti sono celati da maschere bizzarre o da
autentici capolavori del make up.
Dunque
un plauso particolare va fatto alla compagnia di canto impegnata in condizioni
davvero particolarissime.
